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giovedì 6 ottobre 2016

Behind blue eyes

Soundtrack: click


Il click nella serratura è un rumore che rimbomba nel silenzio dell'appartamento, illuminato solo dalle luci notturne della città. Nella semi-oscurità una figura maschile, non troppo alta ma ben piazzata, s'intrufola dalla porta cercando di fare meno rumore possibile. Questo prima di spalancare gli occhi chiari e alzare le mani vicino alle spalle, l'espressione scioccata sul viso.
Woah woah! Abbassa quella cosa, sono io!
Benjamin Blake è ancora un uomo possente nonostante l'età della pensione si stia avvicinando velocemente. Spalle larghe, petto muscoloso da soldato, lineamenti duri... e una pistola puntata dritta contro l'invasore del suo territorio. Riabbassa l'arma dopo qualche istante e solo dopo aver riconosciuto il viso del figlio maggiore.
Michael... non ti aspettavo. Vivi in New Jersey ora.
Lo so. E' stata una sorpresa. Una cosa decisa un po' sul momento, sai? 
Il tono di Mike è scherzoso e strafottente, come è sempre stato d'altronde, ma Blake senjor sa bene che suo figlio non è tipo da improvvisate. Non nel cuore della notte, non a lui, cercando di entrare casa come farebbe un comune topo d'appartamento.
Bene. Quindi, per quale motivo sei qui?
Sempre dritto al punto papà, ahn? Devo avere un motivo particolare per venire a trovare mio padre?
Le palpebre rugose di Blake senjor si socchiudono appena, mentre Michael è costretto a sentire lo sguardo ghiacciato del padre, passarlo da parte a parte. Deglutisce in silenzio un paio di volte, prima di chiudere la porta dell'appartamento dietro di sé.
Il silenzio si allunga per alcuni secondi, come se il padre stesse aspettando ciò che ha indirettamente chiesto. Quando ciò però non avviene, scrolla le spalle e appoggia la pistola sul tavolinetto vicino all'entrata, prima di muoversi verso i divanetti.
Siediti pure, se vuoi.
Grazie. Allora in realtà ero qui in zo- 
Evitiamo perdite di tempo inutili. Perché sei qui, Michael? 
Il tono è secco come un colpo di fucile, preciso e sicuro. Lo sguardo del padre ha qualcosa che ha metà tra una minaccia e un ordine, cosa che effettivamente è vera per la maggioranza del modo di rapportarsi dell'uomo.
Va bene, va bene. Mi ha chiamato Brandon. 
Lo sapevo io! Quel figlio di... ! Adesso gli parlo io.
No no papà! Aspetta! Era preoccupato per te e lo sono anche io. Dice che ha dovuto promettere non pochi favori per evitarti una denuncia per aggressione.
E' stato solo un pugno, Michael.  E nessuno gli ha chiesto di farlo.
Hai mandato quel tizio all'ospedale con il naso rotto...
Si vede che era una femminuccia. Perfino quell'incapace di Arthur saprebbe incassare meglio. 
Il silenzio che scende tra i due è qualcosa che sa di tempesta in arrivo, a stento trattenuta da entrambe le parti. Benjamin ha in mano il proprio cellulare, mentre il figlio è schizzato in aria neanche il divano avesse le molle. Il denti bianchi sono digrignati in una posa d'avvertimento.
Lascia fuori mio fratello da questa discussione. Lui non c'entra.
Sì che c'entra. E' tutta colpa sua se siamo in questa situazione. 
No che non lo è! Oh andiamo papà... ti pare che ha scelto lui di avere una fottutissima modificazione genetica? Ma davvero!?
 Blake senjor ha almeno la decenza di abbassare lo sguardo per qualche istante, prima di scrollare le spalle con aria di noncuranza.
No, chiaramente no. Ciò però non cambia quel che è, adesso.
E' tuo figlio! E ti vuole ancora bene!
Lo era. Adesso fa parte di quei mostri che vogliono schiacciare i veri uomini. Lui, insieme a quel deviato con cui s'accompagna e a quella sottospecie di campo d'addestramento in cui vive.
Ma per favore! Siamo nel 2024, papà e la Scuola non è un campo d'add- 
Puoi andartene.
Il giovane Blake rimane con la bocca aperta a metà, pronta per elencare le varie qualità del fratello e della scuola. Le mani si stringono a pugno, mentre le braccia tremano appena.
Cosa? 
Non credo di averti cresciuto sordo: ho detto che puoi andartene. 
Mi stai cacciando di casa? 
Non ti ho mai invitato a venire.
Appena dice quelle parole, già vorrebbe rimangiarsele. La rabbia lo fa esprimere sentenze senza pensarci, l'orgoglio gli rende impossibile chiedere scusa. Perché Benjamin Blake non ha mai chiesto scusa a nessuno nella vita, se non a sua moglie e non riesce ad iniziare a farlo adesso. Anche se lo vorrebbe.
Guarda suo figlio diventare livido dalla rabbia, stringere i pugni così forte da farsi sbiancare le nocche. In una piccola parte, remota dentro di sé, vorrebbe tanto ricevere un pugno perché sa che è quello che si merita. Purtroppo sa anche che ha cresciuto troppo bene i suoi ragazzi, perché lo facciano.
Fottiti tu, la tua ideologia di merda e il tuo cazzo di orgoglio! Ho provato a parlarti da persona civile, ma tu sei un completo stronzo e nulla di più.
Incamera un respiro più pesante quando sente quelle parole, sapendo che il figlio maggiore ha perfettamente ragione. Ciò nonostante non ha intenzione di cedere il punto, mai.
Non serve un esame di coscienza per capire che, probabilmente, stanno tutti meglio lontani da lui.
Lascia che si allontani verso la porta, aprendola di gran foga, prima di vederlo girarsi nuovamente verso di lui.
Sai la cosa più assurda? 
Il tono di voce è più basso e quieto, cosa che fa presagire una questione veramente molto seria. Perché Michael Blake non è quasi mai serio.
La mamma lo sapeva. Lo sapeva da quando Arthur era un bambino. E ha continuato ad amarti lo stesso. Non ho idea di come abbia fatto.
La porta si chiude in un rumore secco, mentre Blake Senjor rimane bloccato sul divano con il cellulare ancora tra le mani. Gli manca il respiro e i pensieri sono fermi, una delle poche volta nella sua vita.
Solo dopo qualche istante rialza lo sguardo verso le varie fotografie sparse per il salotto.
Sull'armadietto c'è quella del matrimonio, con lui in alta uniforme che sorride stretto alla donna che ama.
Sulla mensola dei libri un piccolo Michael ride, ben agganciato al collo del padre come una scimmia.
Vicino alla televisione, invece, Annie tiene in braccio un neo nato Arthur che già sbraccia verso il padre e il fratello in posa poco di lato. 

Infine c'è la cornice appoggiata sul tavolino dell'ingresso, al posto d'onore, che rimanda gli echi delle risate di tutti e quattro all'ultima gita che hanno fatto insieme prima della scomparsa di Annie.

Le osserva tutte, in silenzio sempre più opprimente, prima di lanciare via il telefono contro il muro in urlo di rabbia, frustrazione e solitudine. Il telefonino viene presto seguito anche dal tavolinetto basso e dalla valigetta con i documenti.
Su uno di essi campeggia un bel resoconto della polizia, dove si evince che Mister B. Blake ha picchiato un assistente di volo all'aeroporto, dopo aver sentito una conversazione tra lui e  altro collega:
Sai, mi chiedo che se ne faccia di tutti quei soldi che prende come pilota d'aerei. La moglie è sono anni che è sparita nel nulla ed è data per morta ormai; il figlio maggiore si è trasferito in un altro stato per disperazione.
Ma non ha anche un altro figlio? E' un po' che non ne parla.
Stai scherzando, non lo sai?  Il minore è un mutante e lo stronzo l'ha sbattuto fuori di casa appena l'ha saputo. Ora lo si vede spesso in tv per la storia della scuola dei superumani.
Bella vita di merda, in solitaria proprio.
Già, ma d'altronde è qualcosa che ha voluto lui, se ci pensi. E... diciamocela tutta, se lo è meritato.  


martedì 19 gennaio 2016

The truth is never easy


Philadelphia
 Blake apartment
7.54 AM - 19/01/2024


Il rumore della chiave che gira all'interno della toppa della porta di casa sua è incofondibile, specialmente quando sono due ore che il giovane mutante non fa altro che ricercarlo con l'udito.
Durante la notte ha riempito il suo zaino da viaggio con tutto ciò che non avrebbe mai potuto lasciare a casa: una buona dose di vestiti, i libri unversitari e pochi altri oggetti personali. Il medaglione portafoto appartenuto prima a sua madre e poi a suo fratello è stato appeso al collo e nascosto sotto il maglione. Qualsiasi cosa possa succedere, non lo lascerà mai indietro.

"Arthur."

Il tono di suo padre è monocorde, quasi annoiato, non appena lo vede seduto sul divano del salotto. Il telecineta si morde la guancia interna mentre un sospiro più pesante gli si arpiona al petto. Non vede suo padre da tre settimane eppure lui non sembra essere troppo entusiasta di vederlo. O meglio, sembra come se non gliene importasse poi più di tanto. Come se lo avesse visto solo ieri.

"Ciao papà."

L'alzarsi dal divano in un saluto quasi militare è così naturale e istintivo che neanche deve rifletterci per eseguirlo. Suo padre lo squadra da cima a fondo in uno sguardo indagatore e severo, facendolo rabbrividire come se qualcuno gli avesse gettato dell'acqua gelida addosso. 

"Michael non mi aveva avvisato che saresti tornato oggi dalla tua...scampagnata."  La voce dell'uomo raschia sul palato, pregna di una chiara indignazione mal celata. "Comunque, hai diverso carico di studio da recuperare e..."

"Papà, aspetta un attimo.Ti devo parl-"

"Non ti azzardare ad interrompermi, Arthur!" Esclama in uno scatto contrariato l'uomo, prima di scuotere la testa. "Cos'è? In queste poche settimane da tuo fratello ti sei scordato la buona educazione? Allora ti stavo dicendo..."

Non c'è possibilità di scappare dal fiume di parole che suo padre continua a buttare fuori dalla bocca neanche fossero scontrini del supermercato. L'università, il recupero dei crediti, la cameriera sostituita e altre amenità quotidinane.  Il tono duro e l'occhiata gelida gli hanno tolto quasi tutto il coraggio che aveva cercato di accumulare in previsione dell'incontro.

Sente di star perdendo quella lotta ancora prima d'iniziarla e man mano che suo padre parla del più e del meno, lui si sente sprofondare sempre più in basso in un vortice di disperazione.
Aveva ragione Michael: non può dirglielo.
Si convince di non avere abbastanza carattere per affrontare veramente suo padre, di essere troppo debole per sopportare il suo rifiuto. Almeno finché suo padre non comincia a inveire animatamente contro quei:

"...Maledetti mutanti degeneri! Hai visto cosa è successo? Il governo dovrebbe rinchiuderli tutti e farne fuori il più possibile. Non sono altro che un cancro de-"

"BASTA! "SONO UN MUTANTE ANCHE IO!" 

Esplode all'improvviso il giovane telecineta, mentre un paio di lacrime cominciano già a pizzicargli il retro degli occhi. Sa che suo padre non sopporta essere contradetto e lui lo ha appena fatto sull'argomento più importante della sua vita. 
Ne osserva l'espressione basita allargarsi come una macchia d'olio sul viso segnato dall'età e della severità del padre, prima che gli occhi -così simili ai suoi- vengano invasi da un'alone di pura rabbia.

"C-cosa?"

"S-sono un m-mutante papà, è di q-questo che cercavo di p-parlarti." Rivela verso di lui, abbassando il tono di voce. Comincia quindi a parlare tutto d'un fiato perché sa che se si ferma adesso, non avrà più il coraggio di dire niente.

"Non l'ho voluto io, è solo successo. A Natale ho spostato senza toccarlo il portapenne in cameria e un piccola spilla.
Ti giuro che non l'ho fatto apposta e non ti ho detto niente perché volevo prima capire se era vero... Ma lo è purtroppo e quindi mi sono registrato e sono andato a scuola perché voglio controllarmi, creare problemi a nessuno e credo nel nostro Stato e nella nostra legge.
Non cambierà tanto, te lo posso promettere. Adesso posso controllarmi e..."


"Fammi vedere."  

Il tono di voce di suo padre è greve e basso, mentre gli occhi azzurri bollono di rabbia mal repressa e di una delusione cocente. Ciò che è peggio, sembra non aver ascoltato neanche una parole di tutto ciò che gli ha detto poco prima suo figlio. Niente di niente. Ad Benjamin Blake non sono mai piaciute le giustificazioni.

"Papà, ti prego... prima ascoltami. Voglio spiegar-" implora il ragazzo, con una morsa che gli trancia via l'aria dai polmoni.

"TI HO DETTO DI FARMI VEDERE!"

Le mani di suo padre gli si piantano con forza all'altezza del bavero del maglione, strattonandolo fino ad avanzare di un passo intero. Sono a pochi centimetri di distanza e il telecineta può percepire l'odio guizzante sotto i muscoli ancora allenati di suo padre, così come il rifiuto che già gli legge infondo agli occhi.
Singhiozza una volta sola, strozzando il singulto a metà, prima di concentrarsi sul piccolo fermacarte appoggiato sul tavolinetto affianco a loro, il quale volteggia in aria per qualche istante prima di riappoggiarsi sul legno.

Per un paio d'istanti il silenzio opprime ogni singolo respiro dei due Blake, lasciandoli in un momento sospeso nel tempo. Forse entrambi smettono di respirare e perdono un battito. Suo padre alza la mano destra, tremante, verso la sua guancia e per un attimo il telecineta spera in una carezza arrabbiata ma paterna.
Quello che gli arriva, invece, è un man rovescio spinto con tutta la forza e la rabbia di un uomo che ha appena visto suo figlio trasformarsi nella cosa che odia di più al mondo. Ciò che gli ha portato via suo fratello e forse anche sua moglie.
E il ragazzo chiude gli occhi, scegliendo di non reagire contro colui che è sempre - e comunque- suo padre.


CRACK

Il grande specchio della sala dove è andato a sbattere il giovane mutante, si rompe in un suono sordo e stridulo, fracassandosi in mille pezzi proprio come l'anima del ragazzo. 
Alcune schegge di vetro gli colpiscono le mani che aveva portato a protezione, mentre altre gli tagliano parte del viso, lasciando scivolare dei rivoli di sangue lungo il mento e il maglione.
Suo padre non perde tempo e lo costringe a rialzarsi in piedi, prima di spingerlo con rabbia verso la porta.

"Vattene di qui e non ti azzardare a farti rivedere mai più. Non voglio sapere più niente di te! Mai più!"


"Papà, per favore..."

"Hai smesso di essere mio figlio da quando sei diventato uno di Loro! Fuori da casa mia, razza di mostro!"


"Per favore..."

"ADESSO!"

In pochi secondi il telecineta ha recuperato il suo zaino, si è catapultato fuori da casa e ha corso giù per la tromba delle scale, lasciandosi alle spalle solo una scia di piccole macchioline di sangue mischiata a lacrime amare.